salute e benessere: Via dagli amori non corrisposti

Sta svanendo l’aura di romanticismo che avvolgeva un tempo queste relazioni “dolorose”: oggi la psiche cerca il benessere, soprattutto in tema d’amore

Per secoli, e fino a qualche decennio fa, l’amore non corrisposto era una condizione frequente, da molti accettata come un fato. Tra matrimoni combinati e scarse possibilità di incontro, tra maschilismo patriarcale e discriminazione femminile, le coppie in cui uno dei due (forse più spesso la donna) amava senza essere riamato dall’altro erano molto frequenti. Nel Medioevo e nel Rinascimento lo struggimento d’amore era addirittura fonte d’ispirazione artistica, quasi fosse una condizione essenziale per la creatività. Oggi le cose sono cambiate: l’emancipazione della donna, il generale aumento della consapevolezza di sé, le infinite possibilità di nuove conoscenze (anche grazie alla tecnologia), la libertà dei costumi e della morale, le tante opportunità consolatorie fanno sì che, in molti casi, quando una persona non si sente amata dal partner resista molto meno in questa condizione, e in vari modi cerchi nuove strade.

Quando i legami sono senza pathos
Certo l’amore non è l’unico motivo perché si sta insieme. Molte coppie rimangono unite (almeno in apparenza) per i figli, per legami economici, per l’immagine sociale, per comodità o abitudine, per paura di restare soli, per attaccamento, e sulla base di questi punti ognuno tollera le cose che del partner non piacciono più, non ultimo il fatto che non c’è più amore, o che non ce n’è mai stato più di tanto. Ma esistono ancora persone che amano il partner senza essere corrisposte? C’è ancora chi resiste per anni e anni, sapendo di non essere ricambiato nella passione, sopportando magari umiliazioni, assenze, tradimenti neanche ben nascosti? C’è ancora qualcuno che sacrifica la sua vita per un amore totalmente incondizionato, nel senso letterale del termine, cioè che starà lì, dedito e fedele, a qualsiasi condizione?

Gli ultimi “eroi romantici”

Può sembrare paradossale, in un mondo in cui mille consolazioni sono a portata di mano, di mouse e di cellulare. Ma davvero c’è chi, innamorato, aspetta, resiste, sopporta. E non sono così in pochi. È una scelta impopolare, ardua. Chi la vive non la definisce neanche una scelta ma un destino, una chiamata a cui non si può dire di no. In essa, senza dubbio vi è qualcosa di eroico, che sembra risalire ad altri tempi, richiamare gesta epiche, ed anche di mistico. Nonché un messaggio estremo di gratuità: un innamoramento che non chiede nulla in cambio. Una scelta non solo legittima, in quanto ognuno deve manifestare il suo amore come meglio crede, ma anche fuori dal coro dei tanti “excursus” extraconiugali perpetrati per vendetta.

Eppure qualcosa non torna. Chi sceglie questa via quasi sempre finisce per non stare bene. Per un po’ di tempo si racconta che ce la fa, che quel che conta è stare vicino all’amato (che pure è affettivamente lontano), ma qualcosa in lui (o in lei) soffre tremendamente. Sintomi fisici, ansia, sbalzi d’umore, labilità emotiva, raccontano spesso di una persona logora, sul confine di una crisi depressiva. Tanto che prima o poi giunge in psicoterapia. È in questa sede che possono emergere altri aspetti, di cui la persona è inconsapevole (e che non escludono ovviamente i suoi sentimenti). Ad esempio che sta facendo dei calcoli “a lunghissima distanza”, che ha un modo masochistico di chiedere amore, che non vuole darla vinta al partner per una sfida con se stessa, che pensa di dover espiare qualcosa e di meritare di soffrire, che ha paura delle emozioni dirette e lineari.

Il malessere che salva
Ma ciò che emerge con maggior forza è l’impossibilità della psiche moderna di fare a meno sia di se stessa sia di una relazione biunivoca (nel momento in cui si innamora). Non si tratta di un problema morale, né del bisogno di farsi “altre storie” (le quali peraltro, se vissute in modo reattivo, raramente portano la felicità). Sono la complessità psichica a cui siamo giunti, il livello di consapevolezza, il bisogno di una vita autentica, a rendere impossibile accettare oggi, troppo a lungo, una situazione di non corrispondenza amorosa. E il malessere che giunge a un certo punto non è sicuramente un male, perché obbliga questa persona, che ha evidentemente dentro di sé una grande capacità di amare la vita, a modificare il rapporto innanzitutto con se stessa. Se amare il partner vuol dire perdersi, buttarsi via, allora bisogna ritrovare se stessi. Quando tutto è solo sacrificio, è tutt’altro che sacro, anzi è un peccato. E la psiche attuale, per fortuna, si ribella.

Come reagire? Più relazioni! Solo così può accorgersi di te

Provare un sempre maggior disagio in una situazione di tale compromesso è naturale ed auspicabile: una parte di te vuole ancora vivere in modo pieno. Non reprimere il malessere, preziosa bussola della tua situazione interiore. Ascoltalo.

Fai chiarezza su due punti: 1) Perché stai resistendo e sopportando? Per vero amore o per altri motivi? 2) Per che cosa stai soffrendo veramente? Perché non hai il tuo amore o per un incaponimento a oltranza? Forse può esserti utile qualche seduta di psicoterapia.

Evitare il masochismo: per alcuni amare equivale a soffrire, a sopportare, fino a farsi del male (a livello psichico). Esci da questo modello al più presto. Se non vuoi sottrarti alla situazione trova il modo di non soffrirne, sviluppando le tue risorse, ampliando le relazioni e non vivendo in funzione di questo partner. È l’unica possibilità che si accorga di te e che ti consideri diversamente da quanto ha fatto finora.

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