I farmaci per animali costano 10-20 volte di più rispetto a quelli per l’uomo

I farmaci per animali arrivano a costare 10-20 volte di più rispetto a quelle per l’uomo. E’ quanto afferma La Stampa sul suo sito. Un vero e proprio salasso per le tantissime famiglia italiane che possiedono un pet.

Gli animali domestici, in cure e farmaci, ci costano in media un centinaio di euro l’anno (ma un terzo dei proprietari arriva a spendere anche 2-3 volte tanto). E la spesa sarebbe addirittura superiore se, nonostante i divieti, molti non ricorressero ai più economici farmaci per gli uomini.

Prendiamo ad esempio la «amoxicillina» addizionata con clavulanato, antibiotico in commercio da oltre 30 anni per curare infezioni respiratorie e otiti. Nella versione per l’uomo 12 compresse da un grammo costano 8,72 euro. Lo stesso prodotto ad uso veterinario, con meno pillole (10, sempre di un grammo) di euro ne costa 14. Se il confronto viene fatto sui grammi, il farmaco per animali risulta costare quasi il triplo rispetto a quello per uso umano.

Altro esempio sono gli antidepressivi, farmaci di cui anche gli animali a volte necessitano. La clomipramina, venduta per i quattro zampe con il nome «Clomicalm», nella confezione da 30 compresse da 5 milligrammi costa 22,60 euro. Per noi lo stesso principio con il nome «Anafranil», al milligrammo ha un prezzo 30 volte inferiore all’equivalente veterinario.

Di esempi come questi, ce ne sono a decine. Si può affermare perciò che, per curare un cane di grossa taglia si arrivi a spendere dieci volte di più che per curare un uomo. Per un cane di media-piccola taglia o per un gatto la spesa è addirittura venti volte superiore.

Ma quale è il perché di una tale differenza tra farmaci per animali e farmaci per umani? Il motivo è incomprensibile, dato che i principi attivi sono gli stessi ed i farmaci a uso umano vengono prima sperimentati sugli animali stessi. Spesso, poi, si tratta di medicine prodotte in entrambe le versioni dalle stesse multinazionali farmaceutiche.

Che tale divario si difficilmente giustificabile, lo conferma anche Marco Melosi, Presidente dell’Anmvi, l’Associazione dei medici veterinari: «Anche se parliamo di un mercato che è il 2% sul totale di tutti i farmaci, tra veterinari e ad uso umano, e questo influisce negativamente sul prezzo».

«Poi gli eccipienti sono spesso diversi. Noi mandiamo giù anche una fiala sgradevole, sapendo che è per la nostra salute, mentre un cane la rifiuta se non è aromatizzata», spiega Melosi.

L’Anmvi ha però le idee chiare su come calmierare i listini. «Prima di tutto – elenca il presidente dell’associazione –prevedere una registrazione unica a livello europeo per non decuplicare i costi burocratici che incidono molto sul prezzo e poi incentivare le aziende alla produzione dei generici». Gli stessi che big-pharma non vede di buon occhio nemmeno per gli umani.

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