veterinario: .. L’arousal… visto da me (più altre considerazioni varie) parte quarta

Un’ultima considerazione, sempre a mio avviso, la meritano i concetti di “introversione” ed “estroversione”: infatti, sempre in umana (e in base agli studi condotti da Hans J. Eysenck) gli introversi sarebbero soggetti che hanno, proprio geneticamente, un livello di arousal troppo alto, e che quindi cercano (inconsciamente) di abbassarselo da soli chiudendosi il più possibile in se stessi e quindi limitando gli stimoli.
Al contrario, gli estroversi sarebbero persone che cercano di innalzare il proprio bassissimo arousal innato.
Sempre ammesso e non concesso: a) che Eysenck abbia ragione; b) che la cosa valga davvero anche per i cani… quello che normalmente noi facciamo, lavorando con loro, è l’esatto contrario: cerchiamo di stimolare poco e di “chiudere” i cani estroversi, moderandone quindi l’arousal, e di innalzare quello degli introversi.
Il che sarebbe in palese contraddizione con quello che i cani cercherebbero di ottenere (e cioè la solita, benedetta omeostasi) con i loro comportamenti.Conclusioni? Non ne ho, ovviamente.
Non è che stia accusando il mondo intero di non poter capire i sentimenti dei cani, per poi saltarmene fuori a dire che li ho capiti solo io.
Come credo stiano facendo moltissimi cinofili in tutto il mondo, io posso sforzarmi di capirci qualcosa (di solito più per risolvere problemi pratici e individuali, come nei due casi che ho citato, che non per tirarmela da sapientona galattica)… ma la pura verità è che, nove volte su dieci, tiro a indovinare.
E qualche volta, magari, ho l’intuizione giusta per pura botta di culo DOC.
Non intendo, dunque, sostenere che l’arousal ideale per un cane sia quello alto: posso solo dire che mi è venuto questo dubbio.
L’unica vera conclusione che posso trarre è che non si possa, almeno ad oggi, dare nulla per certo e nulla per scontato: tantomeno ciò che proviene da settori di studio che sono sempre stati mirati ad una specie (la nostra) completamente diversa da quella canina.
Per questo la mia scelta – ancora una volta personalissima – è quella di continuare a pormi domande e, nel frattempo, di dedicarmi a cercare di ottenere dai cani ciò che, facendo indubbiamente comodo a me, mi sembra anche andare in direzione del loro benessere.
Il che mi è abbastanza agevole quando si tratta di scegliere tra situazioni a rischio ed altre che mi garantiscono (almeno) di mantenere il cane in vita (o di evitare che sia un pericolo pubblico)… ma resta pienissimo di punti interrogativi quando si parla di effettivi stati d’animo.
Anche perché spesso parlo (tutti parliamo) sempre di serenità o addirittura di felicità del cane: ma anche questi, se ci pensiamo bene, termini umani riferiti ad emozioni umane.
Perfino quando cerchiamo di descrivere un sentimento siamo costretti ad usare l’umanese: non siamo in grado di dire “oggi il mio cane si sente woff woff”, oppure di chiedergli direttamente “Stai bau? Mi sembri un po’ sbuff arf arf!”.
Per questo credo che a tutti i cinofili del mondo (compresa la sottoscritta, sia chiaro) serva un bel bagno di umiltà.
Perché a volte mi capita di leggere, tra i soliti “scanni” nei vari gruppi di FB, frasi come “Cretino! Ancora con questi metodi preistorici (l’ultima volta il metodo preistorico era il controcondizionamento)! Non hai ancora capito che devi lavorare sulle emozioni del cane?”
Ovviamente poi nessuno ti dice “come” lavorarci (l’altra frase classica, se glielo chiedi, è: “Adesso vado al campo, che è meglio“: ovvero, non so come risponderti e quindi fuggo via da FB)… perché il fatto è chenon lo possiamo sapere.
Che delle emozioni del cane possiamo cogliere solo i lati che vengono espressi in modo eclatante, proprio tipo insegna al neon (mi piscio sotto, ti mordo, ti ringhio): ma le motivazioni, i sentimenti appunto che ci stanno dietro, non li conosciamo affatto e forse non li conosceremo mai. Per di più, anche quando proviamo ad affrontarli con le poche nozioni scientifiche che abbiamo, ci basiamo su una scienza che ha studiato tutt’altra specie.
Mi pare che ci sia poco da sbanfare… e ancora tanto, ma tanto da studiare. Per tutti noi.

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