comportamento: Come rendere davvero felici cani e gatti

Esiste la felicità nei nostri amici a quattro zampe? Può sembrare una domanda banale o carica di umanizzazione, pertanto per qualcuno si tratta di un quesito inutile, mentre per altri una domanda mal posta. In entrambi i casi si presume che la felicità sia uno stato che ha a che fare con la piena realizzazione delle proprie aspettative, per cui chi tende a ridurre le differenze tra l’uomo e le altre specie l’ammetterà come scontata, chi viceversa ci tiene a rimarcare le peculiarità dell’essere umano la rigetterà con forza.

A mio parere, la felicità ha poco da spartire con le aspettative e questo peraltro vale anche per l’essere umano che molto spesso si illude di trovare la felicità nei propri sogni per essere poi puntualmente deluso e smentito. Più prosaicamente ritengo la felicità come una sensazione di pienezza o di totale rispondenza tra quello che si è, dal punto di vista della propria natura, e quello che si sta vivendo. La felicità in questa prospettiva riguarda la possibilità di esprimere in pienezza e senza riserve la propria autenticità e di ritrovare nel mondo quelle occasioni che il proprio etogramma prevede.

Un gatto che può rincorrere topi e lucertole in un prato è felice

Felice è un gatto che può rincorrere topi e lucertole in un prato, un Labrador che può lanciarsi in un’ansa di un fiume, un Rottweiler che fa il gioco del tira-molla. È felice perché e nella misura in cui può esprimere la sua natura più profonda. Ecco allora che seguendo questa interpretazione, tutta etologica, ci rendiamo conto di quanto limitativa sia la nostra visione di benessere tutta incentrata sui bisogni fisiologici, sulla cura e sulle attenzioni parentali, sul legame affettivo, sulla visione distraente del gioco.

Devono poter esprimere le proprie motivazioni

C’è molto più antropomorfismo in questa negazione della felicità di quanto ci sarebbe nell’ammettere in modo semplice e diretto che ogni animale e, nel caso del cane, ogni razza si aspetta dalla vita non di rimanere sotto una campana dorata di welfare e di coccole, non di restare nel dolce far niente di un nido caldo, perennemente legato in uno stato di attaccamento permanente a una base sicura, bensì di poter esprimere le proprie motivazioni, vale a dire di tradurre in azioni e in attività la propria natura. Molte alterazioni comportamentali che con estrema facilità vengono attribuite a disturbi psicologici in realtà altro non sono che tentativi disperati dei nostri quattro zampe di ritrovare una qualche forma di coerenza tra ciò che sentono e ciò che possono esprimere.

Sbagliato umanizzarli, negando la loro natura

Una cattiva abitudine del nostro tempo, oltre alla facilità con cui gli animali vengono umanizzati, è la negazione sistematica della loro natura. Si vorrebbe trasformarli in peluche privi di qualunque forma di espressione di specie o di razza, quasi denaturati, in un perimetro espressivo che nega loro qualunque comportamento che non sia l’espressione affettiva (il darci affetto) o quella etepimeletica (il comportarsi da cuccioli bisognosi di cure).

Gatti in casa privi di stimoli

I gatti vengono forzati a una vita casalinga priva di qualunque stimolo che abbia a che fare con le loro motivazioni esplorativa, predatoria, atletica, dove le uniche attività permesse sono mangiare, dormire e fare le coccole. Anche il gatto più affettuoso dopo un po’ di carezze e di costrizione diventa irritabile, ma questo viene considerato uninaccettabile sintomo di egoismo ed espressione di tradimento affettivo. “Come? Io ti dò da mangiare queste prelibatezze e ti accudisco come un bambino e tu mi sfuggi o addirittura mi graffi?”. Un gran numero di gatti è perciò obeso e depresso, mentre la propria felinità è compressa in tutti i modi. I cani non se la passano meglio. Non accettiamo che annusino quei meravigliosi angoli luridi della città, che per loro sono attraenti come per noi le vetrine di Natale. Mai e poi mai che si permetta loro una bella passeggiata libera in un bosco o in un lungofiume. Nessuno si preoccupa delle attitudini di razza, con il risultato che desideriamo che tutti i cani abbiano lo stesso profilo – animale da compagnia o d’affezione, due modi di dire che nascondono la forma più subdola di strumentalizzazione – con il risultato che il loro livello di infelicità è assai più rilevante dei loro colleghi impegnati in attività anche estremamente faticose.
No, la felicità è un argomento che deve tornare nelle nostre discussioni perché se esiste un diritto naturale questo non può essere che quello di poter esprimere la propria natura.

di Roberto Marchesini – Direttore del SIUA
foto di Shutterstock

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